Perché hai sentito la necessità di chiamare la tua musica con il nome di un nuovo genere musicale?
Mi piace utilizzare giochi di parole, spesso insensati, all’interno dei titoli.
Facendo, quasi sempre, musica strumentale i titoli restano l’unica via per dare all’ascoltatore un indizio in più, una possibile chiave di lettura.
Odm nasce da una serata con gli amici, è un concetto ironico, non proviene da una vera e propria necessità.

E perchè invece hai avuto anche la necessità di creare l’alterego Ylyne che racchiudesse le tue pubblicazioni elettroniche?
Produco tantissima musica, la maggior parte della quale rimane inedita: attraverso YLYNE riesco ad esprimerne una parte che altrimenti non potrebbe esistere, anche perchè la musica elettronica si sviluppa su parametri e schemi molto diversi da quella “suonata” in senso tradizionale.
Da quando ho ufficialmente sdoganato questo progetto è cambiata anche la scrittura musicale per il mio gruppo di stampo jazzistico, Disorgan, che adesso è meno elettronico di prima e più direzionato verso l’improvvisazione e la performance.

Come funziona la pubblicazione di un disco in questo periodo assurdo?
Dipende dall’obiettivo che ha la pubblicazione: nel mio caso è indipendente dall’aspetto prettamente lavorativo (parlo di live, visto che di vendite vivono in pochissimi).
Per me ogni album è espressione di un periodo ben definito, al quale molto spesso poi volto le spalle, perchè mi capita frequentemente di cambiare direzione o interessi musicali.
Non riesco a rimandare la pubblicazione (se non di poco), ma preferisco chiudere un capitolo ed andare avanti.
L’esempio concreto che posso fare è quello del mio ultimo disco con Disorgan, Ego Boost (Auand Records), registrato a Febbraio 2020 e pubblicato in Giugno.,
Abbiamo valutato a lungo la scelta, ma credo sia stato meglio così: infatti adesso stiamo già lavorando su nuovo materiale parecchio differente.

Quali sono i nomi importanti della scena elettronica italiana?
C’è tantissima gente nell’underground che fa cose interessantissime e credo che, prima o poi, tutto questo sottobosco si conquisterà un suo spazio, come in altri parti d’Europa.
Tra quelli che sono riusciti ad emergere maggiormente, apprezzo molto Clap! Clap!: credo abbia trovato una chiave di lettura interessante, rielaborando in modo personale l’elettronica e la musica tradizionale di derivazione africana.

Hai già in programma qualcosa di nuovo?
Si, ma purtroppo è tutto molto in bilico, dunque preferisco tacere scaramanticamente.